Giovanni Antonio MATERA

(Trapani 1653  –  Palermo 1718) 

Scarse sono le notizie biografiche; accusato di avere commesso un delitto, fu costretto a rifugiarsi in un feudo della famiglia Di Gregorio, presso Monreale. In seguito si trasferì nel convento di San’Antonino a Palermo, dove morì.

Ebbe fama come autore di sculture in legno, tella e colla, raffiguranti pastori da presepe, tanto da essere chiamato “Mastru Giovanni Matera lu pasturaru” e le sue opere furono definite “un trionfo della miniatura”. Determinante per la formazione dell’artista fu il contatto con la cultura barocca palermitana, in particolare con il contemporaneo Giacomo Serpotta e non mancano, in alcune figure, echi berniniani.

Le sue opere si possono raggruppare in tre nuclei: il primo comprende le Storie evangeliche e 397 Pastori, del Museo Etnografico G. Pitrè di Palermo.

Un secondo nucleo, costituito da Presepi, si trova al Museo Pepoli di Trapani, mentre la serie più importante, dal punto di vista stilistico, è conservata al Bayerisches National Museum di Monaco di Baviera e comprende Storie Evangeliche e Gruppi di Pastori.

La peculiarità delle opere del Matera sta nella resa rappresentativa che mira all’espressione del sentimento. Soprattutto nelle sculture di piccolo formato raggiunse livelli di estremo vigore espressivo, quest’ultimo accentuato anche nella coloritura, mostrando così una vena pittorica sensibile  alle forti policromie e ai decisi contrasti chiaroscurali della pittura seicentesca di ambito realistico.

Palese è dunque il riferimento al caravaggismo e al linguaggio artistico meridionale, che tende a mescolare realtà e idealità. (Salvatore Tornatore)

 

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Presepe Scuola Matera – Collezione Paladino

Un’ opera che evidenzia il linguaggio peculiare del Matera è il Presepe (45x75x52 cm.) della Collezione Paladino di Palermo che lo pos­siede da oltre quarant’ anni. I raffronti di stile e ta­lune soluzioni dei panneggi delle figure decisa­mente convalidano il comune riferimento orale al­lo scultore trapanese, sebbene stavolta operi, com’ è credibile, con l’ausilio della bottega.

Su una base appena sagomata si erge una graziosa sceno­grafia architettonica che riprende una costruzione chiesastica a pianta centrica con archi a tutto se­sto, colonnine, acquasantiere a muro e corona­menti a profilatura architettonica e a balaustra.

Ma l’architettura non è rappresentata nella sua in­terezza aderendo al gusto del “rovinismo” che tan­ta parte ebbe nell’ immaginario simbolico di pitto­ri, scultori, architetti, incisori e scenografi, soprat­tutto nel corso del Settecento. “Rovinismo” che può intendersi come richiamo alla cultura classica le cui vestigia recuperano i contenuti ideali e poli­tici dell’ antichità oppure come allegoria cristiana, in quanto la rovina evoca la distruzione del paga­nesimo operata dal culto cristiano: per cui la rap­presentazione della Natività, che si adagia sulle rovine, acquista un significato di edificazione cri­stiana.

Del resto lo sviluppo compositivo e scenografico a cimasa appare principalmente un modo per le­gare insieme delle figure che la costruzione sceno­grafica raccoglie quasi radialmente intorno a sé, valorizzando nello svolgimento narrativo e guidato dall’ apparato scenico, il racconto evangelico della Nascita e della Epifania di Gesù.

Il  tono raffinato e salottiero dell’ ambientazione architettonica è leggibile anche in quasi tutte le tredici figurine che compongono il Presepe, per lo cura che anima l’abbigliamento (si noti il filino dorato che orla ta­lune vesti dei personaggi). Un gusto raffinato e aggraziato, che a tratti vien fuori dal Presepe Pa­ladino. da ascrivere non tanto al maestro. quanto piuttosto alla sua bottega. (da “Matera” – Ed. Kalòs – maestri siciliani dicembre 1991)